Dal genoma Gramsci all’alternativa Berlinguer
di Roberto Monicchia • 30 Nov 2009 • Categoria: Storia e Memoria
Nei giorni del congresso di Rimini che decretò la fine del Pci, un folgorante Altan riassumeva la situazione politico-psicologica di larga parte della sinistra militante: “Non siamo più comunisti, babbo?”; “No, ma ci mancheremo”. La vignetta registrava il misto di nostalgia, autocommiserazione, senso di inutilità che accompagnò l’evento. Molti di questi atteggiamenti hanno segnato nell’ultimo ventennio sia il “silenzio dei comunisti”, sia tante loro parole.Un merito non piccolo dell’ultima di queste testimonianze, quella di Lucio Magri (Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, Il Saggiatore, Milano 2009), è quello di non cedere a quella consolante autoreferenzialità. Avvalendosi del “senno di poi” come chiave di lettura di una vicenda conclusa ma non da archiviare, Magri realizza una sintesi che vela con il distacco razionale un’irrisolta passione, senza però divenire sterile recriminazione.Tenuto sul crinale tra storia generale e memoria individuale, il libro non è un’autobiografia: né quella classica, che riporta la storia del partito alla propria vicenda al suo interno (Napolitano), né quella che declina la militanza come destino esistenziale (Rossanda, Ingrao). Magri prende in esame l’intero periodo dell’esistenza del partito, ma l’imponente sforzo di ricerca rimane sottotraccia (non ci sono apparati), mentre esperienze e memorie personali tornano a ogni passo a sostenere e rivedere giudizi.Nemmeno un saggio storico classico dunque, bensì una puntuale “verifica biografica” di una storia con cui non si cessa di fare i conti. Interrogare quella storia può anche gettar luce su alcuni dei problemi attualmente sul tappeto, che non paiono risolti dalla scomparsa del Pci.La tesi di fondo è che il Pci non è stato l’appendice stalinista (cara alle interpretazioni in voga), ma nemmeno una socialdemocrazia “mascherata”. Piuttosto ha rappresentato l’esperimento più consistente di una “terza via” verso il socialismo. Questa peculiare conformazione determina la sua importanza, tanto per la storia italiana quanto per le vicende del movimento comunista e, al contempo, è il metro su cui misurare aporie e limiti. Seguendo questo canone Magri ricostruisce minuziosamente la storia del Pci, di cui diamo conto per sommi capi.Nato per i riflessi dell’ottobre, il Pci fu segnato quasi da subito dal “genoma Gramsci”, che pose la questione della rivoluzione in Occidente in relazione con la “riforma morale e civile” dell’Italia. Tale premessa si realizza effettivamente con la svolta con cui Togliatti dà vita al partito nuovo, vera e propria rifondazione, operazione politico-culturale (non a caso condotta in parallelo alla “diffusione controllata” del pensiero di Gramsci) che dà un’impronta di lungo periodo. Il partito di massa è lo strumento di una strategia di avanzata a tappe verso il socialismo, che tiene conto della peculiarità nazionale, accetta il perimetro della democrazia parlamentare, senza rinunciare al fine del superamento del capitalismo. Il nuovo Pci organizza un “popolo” in una rete di strutture, compiendo un gigantesco sforzo di “educazione collettiva”. Tuttavia, già nella sua fase di slancio iniziale, la strategia del partito nuovo incontra seri limiti. Pur considerando le difficoltà e i vincoli, è evidente la scarsità dei risultati ottenuti dai go-verni di unità na-zionale, specie nella politica economica. Inoltre, la linea resta nelle mani di un gruppo dirigente ri-stretto, formato per cooptazione, sovraordinato all’organizzazione di massa. La scelta del partito nuovo è comunque decisiva per la tenuta negli anni duri, consente di resistere tanto all’allineamento cominformista quanto alla marginalizzazione politica e culturale in patria; anche il trauma del ’56 incide relativamente (nel bene e nel male) su un corpo militante allineato ma anche maturo.Come registra anche Rossanda, gli anni ’60 sono quelli decisivi. Nella risposta ai processi sociali e politici innestati dalla modernizzazione capitalista si offre la possibilità di spendere il patrimonio accumulato, passando dalla guerra di posizione alla guerra di movimento, di verificare la promessa della costruzione di una via inedita della rivoluzione in occidente. Sia pure con qualche ritardo e incertezza, il Pci risulta in grado di comprendere la natura dei processi di trasformazione del capitalismo. Quello che invece manca, al termine del dibattito aspro e vero che si apre dopo la morte di Togliatti, è la definizione di uno sbocco politico che dia risposte coerenti e organiche al ciclo di lotte che lo sviluppo sta rilanciando. Prevale la prudenza, mentre la chiusura disciplinare verso la sinistra sconfitta all’XI congresso (il cui progetto era tutt’altro che astratto) menoma il partito di un importante nucleo analitico e politico, rendendolo più lento nella risposta alle sfide e alle occasioni offerte dal “lungo 68” italiano.Il “finale di partita” si gioca negli anni ’70. Con la strategia complessa e ambiziosa del compromesso storico, Berlinguer cerca una via d’uscita al viluppo sempre più intricato di spinta al cambiamento, crisi economica e sclerosi istituzionale, cercando di prevenire esiti reazionari. Al di là dell’improprio paragone col caso cileno, è indubbio che la linea si muova nel solco della strategia togliattiana della “via nazionale”. Il vero problema è la sottovalutazione dello stato del regime democristiano. La defatigante trattativa con la Dc non conduce oltre l’ingresso nella maggioranza parlamentare, tanto oneroso in termini di ribellione di settori sociali “non garantiti”, quanto inutile per imporre riforme importanti. Il governo Andreotti che nasce nel giorno del rapimento Moro rappresenta già il fallimento della strategia berlingueriana. Nel triennio dell’unità nazionale si ripropongono i problemi dell’immediato dopoguerra, ma al suo termine il Pci non è più nelle condizioni di riprendere l’accumulazione di forze. Un grande merito di Berlinguer sta nell’aver tentato di porre rimedio: la proposta dell’alternativa democratica, che contraddistingue l’ultimo periodo della sua vita, non è una trovata estemporanea o una scorciatoia moralistica per nascondere una crisi irreversibile: si tratta di un tentativo serio, in cui la posta in gioco è alta, e la cui sconfitta è esiziale.Ricostruendo la fase finale del Pci, Magri si pone la questione di “cosa si poteva salvare” dell’esperienza comunista nella nuova formazione, posto che l’ipotesi di conservarlo in vita appare presto ardua, per tramontare definitivamente al convegno dei dissidenti di Arco, con i contrapposti “comunque” di Cossutta e Ingrao (comunque ci sarà un partito comunista, comunque resterò “nel gorgo”). Quello che impressiona nella svolta di Occhetto è il cupio dissolvi, la convinzione che il Pci non possa sopravvivere al crollo dell’Urss (quasi una grottesca conferma del “legame di ferro”), l’ansia di consumare prima possibile l’approdo liberal-democratico. Il risultato non poteva che essere il deserto politico-culturale a sinistra, e l’incerta navigazione a vista dei sostituti del Pci, fino ad oggi.Come si diceva in avvio, lo sforzo di chiedere e dare ragione, l’ironia socratica di Magri garantiscono dalle tentazioni nostalgiche. Affascinato dall’apologo brechtiano del sarto di Ulm che Ingrao aveva usato in favore del mantenimento del Pci, Magri si chiede se era giusto che fosse proprio il sarto a riprovare il volo, e quale contributo il suo tentativo abbia portato alla successiva storia dell’aeronautica. Il suo racconto della storia del Pci ci dice (per passare da Brecht a Guccini) “che bisognava volare”. Se, e soprattutto “dove” bisogna volare adesso, non possiamo chiederlo solo ai grandi saggi: dobbiamo trovarlo tutti insieme.
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