ilmanifesto

Un giallo d’altri tempi

di Stefano De Cenzo • 1 Dic 2009 • Categoria: Letteratura e poesia

micro-11-09002copia.jpgAll’inizio di quest’anno ci chiedevamo, in polemica con l’assessorato alla cultura del Comune, se il tentativo di promuovere una narrativa gialla ambientata a Perugia avesse un significato o fosse semplicemente un modo, magari inconsapevole, ma non per questo meno discutibile, di sfruttare un interesse popolare risvegliato dai casi della cronaca, primo tra tutti il “delitto Meredith”. Insomma, paventavamo che il cosiddetto “nero perugino” rischiasse di diventare una moda, magari con scarso seguito, certamente non un utile strumento per indagare la realtà contemporanea (Nero perugino, “micropolis”, gennaio 2009).Alessandro Cannevale, già sostituto procuratore della Repubblica di Perugia, (La foglia grigia, Einaudi, Stile libero, 2009), che pure avrebbe gli strumenti per farlo, aggira in qualche modo l’ostacolo, scegliendo, alla sua prima prova da solista, la soluzione del romanzo storico, narrando una vicenda di droga e delitti ambientata sì nel capoluogo umbro, ma nel luglio 1877, all’epoca dei governi Depretis. La risoluzione di un caso apparentemente semplice - il brutale assassinio di due “servette” - ma in realtà assai più complesso, è affidata all’ispettore di pubblica sicurezza Giulio Verbasco, ternano, massone, fieramente anticlericale, anche in virtù dei suoi trascorsi di combattente in difesa della Repubblica Romana nei Cacciatori del Tevere di Luigi Masi. La trama si arricchisce di rimandi letterari con la presenza di Giosuè Car-ducci, venuto da Bologna a Perugia “in veste di delegato ministeriale per gli esami di licenza liceale”, anche lui, inconsapevolmente, coinvolto nel crimine.Cannevale, fedele alle regole del genere, intreccia vero storico e verosimile, anche se l’invenzione predomina di gran lunga. Ciò nonostante, la ricostruzione del clima dell’epoca appare credibile. Valgano come esempio le pagine dedicate alla riunione dei maggiorenti massonici della Destra cittadina, presente anche “il venerando Nicola Danzetta, mezzo immobilizzato dalla paralisi”, in cui il prefetto Fiaccadori - personaggio di fantasia - truccatore di aste pubbliche, viene accusato di trasformismo, per avere resistito, tra i pochi in Italia, alle epurazioni seguite alla cosiddetta “rivoluzione parlamentare”.Videointervistato sul sito della propria casa editrice, l’autore fissa i limiti della sua ricerca storica ma, pur ribadendo che si tratta di un esercizio letterario, chiarisce quale rilevanza sulla realtà contemporanea possa avere la vicenda narrata. L’invito ai lettori è di operare per contrasto, per poter, magari, riflettere su “ciò che siamo diventati oggi”. Ad esempio prestando attenzione a quanta distanza ci separa da un’Italia, come quella post unitaria, in cui i giornali cattolici, come il perugino “Il Paese”, erano considerati eversivi dalle autorità al pari di quelli socialisti. “Pensiamo al peso che ha la parola della Chiesa oggi!”. Siamo d’accordo.Senza volere operare inutili, quanto risibili, forzature interpretative, non possiamo tuttavia non rilevare che, nel corso della lettura del romanzo, diversi passaggi hanno determinato in noi suggestioni che ci hanno ricondotto al nostro tempo più per analogia che per contrasto, insomma che ci hanno fatto supporre che l’autore stesse parlando del presente. A cominciare dalla azzeccata, quanto innocua, osservazione di colore sul fatto che “i perugini non dicono mai sì”, ma preferiscono usare locuzioni che esprimono un non dissenso del tipo “Ci credo”, “Eh, già, eh…”, per giungere, poi, a quella altrettanto incisiva, ma assai meno innocua, dedicata ai giornalisti che “a Perugia sono troppo pigri per uscire dal loro solito tragitto, il Tribunale, la Prefettura, il Comune e per cercare notizie diverse da quelle che raccolgono dalla voce dell’Autorità o che scopiazzano da giornali stranieri od esteri”. Tuttavia, la suggestione più forte ce l’ha, senza alcun dubbio, provocata il colloquio che, verso lo scioglimento della vicenda, l’ispettore Verbasco ha con il vescovo Gioacchino Pecci, destinato l’anno successivo al soglio pontificio col nome di Leone XIII (l’autore della Rerum novarum). Di fronte allo stupore con cui il rozzo e a suo modo ingenuo funzionario di polizia accoglie l’informazione che massoni e religiosi si stanno mescolando in modo non “commendevole”, Pecci risponde in tono quasi profetico: “Penso che sempre più spesso vedremo persone che cercheranno di tenere i piedi in due staffe. Succederà specialmente se la Santa Chiesa rialzerà la testa, come credo, e sarà utile averne l’appoggio. Ricorda: il nostro è un paese nel quale non si sa se le guerre si combattono davvero e se i combattenti sono sin dall’inizio d’accordo tra loro”. Che aggiungere di più?Nonostante la risoluzione del caso, un senso di sconfitta pervade, a nostro parere, la conclusione del romanzo, sconfitta individuale e collettiva, dovute entrambe ad aspettative deluse e al mancato raggiungimento di una libertà che si credeva possibile. Lo attenuano, ma non lo cancellano, le “false tracce” che  Cannevale lascia alla fine, in cui il gioco letterario e l’autoironia si fanno più espliciti.

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