Buon anno nuovo
di Giuseppe Rossi • 9 Gen 2010 • Categoria: Editoriali
Le ultime immagini che questo terribile 2009 ci lascia sono quelle di Berlusconi colpito da una riproduzione in pietra del Duomo di Milano. Sono le immagini di un vecchio ferito e stupito, di un volto insanguinato e stravolto. A ben pensarci non sono altro che il complemento di una scostumatezza da vecchio, di una sorta di Faust del XXI secolo che invece di rivolgersi ad un Mefistofele, utilizza protesi meccaniche, punture di papaverina, pillole di vario colore nel tentativo di sentirsi ancora giovane, seducente e potente. Fanno loro da contrappunto le immagini di Michele Tartaglia dopo aver vibrato il colpo, anch’egli attonito, quasi sbalordito dall’enormità del gesto compiuto. Intorno le curve sud dei tifosi travestiti da politici, i falsi e veri pacieri, che discutono animosamente se si tratti di un vero fallo o di un fallo di ritorsione, se occorra fischiare o no il rigore.Intanto la crisi morde. Dicono che sia in via di esaurimento. Sarà vero per banche e finanzieri, ma per le persone comuni e per i lavoratori la disoccupazione aumenta e diminuiscono i redditi, mentre le imprese chiudono e si profila all’orizzonte, come in ogni crisi, la possibilità che si solidifichino le disuguaglianze, che si accrescano le distanze tra i ricchi ed i poveri, lambendo persino fasce di ceto medio. Al tempo stesso non scemano i venti di guerra e in Italia il governo, nelle secche della crisi, ha scelto di limitarsi all’amministrazione corrente: tagliare, cercare di far tornare i conti, premiando clienti e amici. A ben vedere non funziona più niente: dalle ferrovie, alle poste, alla scuola, alla sanità, all’assistenza. Lo stato sociale deperisce non per scelte coerenti della destra, ma per inerzia, quasi soggiaccia ad un infausto destino. Contemporaneamente, in modo disarticolato e confusionario, la maggioranza e il suo capo cercano di mettere in mora lo stato di diritto, di tacitare magistratura e parlamento, di spegnere i possibili focolai di dissenso mentre i mass media amici fanno propaganda, prendendosela con gli extracomunitari e invocando più sicurezza.L’opposizione politica e sociale, poi, non sembra in grado di dare segnali significativi di reazione. Certo Di Pietro ulula, Bersani pontifica, la Cgil sciopera, ma quello che si avverte - al contrario del 2002-2003 - è una sorta di ripiegamento e di rassegnazione che sconfina nell’indifferenza, nella convinzione che ormai non ci sia molto da confidare nell’azione collettiva, che ognuno debba pensare di salvarsi individualmente.Eppure la crisi potrebbe rappresentare non solo un’insensata distruzione di ricchezza, la fatale fonte di nuove disuguaglianze, ma anche l’occasione per riprendere un dibattito non banale su un diverso - possibile - modello di sviluppo, un momento in cui rilanciare l’organizzazione sociale e politica delle masse popolari, costruire alleanze sociali, capaci di prefigurare nuovi e diversi momenti di rappresentanza politica. Guardiamo all’Umbria. Il Pd si avvia alle elezioni regionali lungo un percorso congressuale a tappe, privo di qualunque spunto progettuale, a cui non è corrisposta nessuna proposta da parte degli altri partner della coalizione. Solo nelle ultime settimane si è cominciato a discutere del futuro, almeno nel partito maggiore del centro sinistra. Tutti hanno preso atto che le politiche dell’ultimo decennio e le alleanze sociali che avevano generato non sono riproponibili. Insomma, di fronte ad una crisi destinata a durare alcuni anni, non è riproponibile la centralità del ciclo edilizio e dei lavori pubblici, il patto per lo sviluppo ed un’alleanza sociale ed elettorale fatta da cementieri, cavatori, costruttori, pezzi di burocrazia pubblica, cooperative sociali. Tutti sanno che su circa 370.000 occupati oltre 100.000 sono lavoratori flessibili o precari; che l’Umbria è all’ultimo posto in Italia per la qualità del lavoro specie per quanto riguarda i giovani laureati. E, tuttavia, nonostante la diagnosi sia ampiamente condivisa e le stesse resistenze e obiezioni della governatrice appaiano deboli e risibili, tutto ciò ancora non si traduce in una politica alternativa. E’ troppo dire che nell’emergenza della crisi forse è possibile pensare ad attività economiche che più che incentivare utili cerchino di produrre redditi (agricoltura, artigianato, microimprese, filiere corte, energia dolce, turismo, ricerca, cultura)? E’ audace pensare che si possano eliminare sprechi nella sanità e nel comparto pubblico, destinando quello che viene così risparmiato all’incentivazione di questi stessi settori? E’ fuor di luogo pensare di snellire la macchina pubblica eliminando enti inutili? Diminuire gli emolumenti destinati agli amministratori? Riportare i beni comuni sotto la mano pubblica, chiudendo con una stagione fatta di false società per azioni? E’ sovversivo pensare ad un patto con i possibili nuovi soggetti dello sviluppo, con quanto rimane dei lavoratori industriali, con settori innovativi di piccola e media impresa? Eppure l’altezza dello scontro è questa e non altra. A questo livello dovrebbero collocarsi il dibattito e l’intervento pubblico, smettendola di mimare politiche di stampo liberista ormai in liquidazione.Di tutto ciò non c‘è traccia nella discussione. Alla fine un candidato a presidente si troverà, probabilmente il centro sinistra vincerà, ma cambierà poco e nulla. Eppure c’è una ripresa di attenzione da parte di giovani e di settori marginali, ma non inconsistenti, di società alla discussione politica e culturale, che esprime un’ansia di protagonismo che nessuno riesce a rappresentare e che, anzi, punta ad autorappresentarsi. Ci vorrà forse più tempo di quanto sarebbe necessario, ma la vecchia talpa continua a scavare. A “micropolis” non resta che aiutarla e accompagnarla. E’ solo con questa speranza che auguriamo ai lettori, agli amici e ai compagni buon 2010.
Elenco articoli di Giuseppe Rossi | Invia una mail

