Se 130 milioni euro vi sembran pochi
di Luigi Bori • 10 Gen 2010 • Categoria: Commenti, Sanità e saluteE’ difficile pensare che gli oltre 130 milioni di euro al mese della Sanità (la gran parte del bilancio regionale), non possano attrarre attenzioni e appetiti di qualsivoglia natura. Ma, se è frequente riscontrare che gli amministratori della salute annunciano compulsivamente statistiche e studi che rappresentano l’Umbria come regione virtuosa (perché spenderebbe bene gli oltre 130 milioni di euro al mese) nel panorama sanitario nazionale (“il sistema regge - dicono - e può essere preso a riferimento da altre Regioni meno capaci”), si registra per contro una minore attitudine a trattare questioni cruciali oramai non rinviabili, pena la conseguente messa in discussione delle prestazioni e della qualità dei servizi, nonostante gli oltre 130 milioni di euro al mese a disposizione.Proviamo a fare qualche considerazione.Asl e aziende ospedaliereL’Umbria, con 860.000 abitanti circa, ha 4 asl e 2 aziende ospedaliere. In un’ottica di reale razionalizzazione delle risorse – risulta eccessivo il numero delle Asl, che produce effetti “viziosi” come la moltiplicazione degli staff direzionali e delle carriere mediche, pur lasciando irrisolti i gravi problemi legati ai carichi di lavoro del personale infermieristico e tecnico-sanitario. Anche per questo, in una regione con un alto indice di invecchiamento della popolazione, scelta da molti cittadini di altre realtà nazionali ed extranazionali come residenza nell’età della pensione (circostanza della quale gli Amministratori vanno fieri), non si vuole investire nell’aumento del personale di cura e assistenza, ma piuttosto nel proliferare delle strutture complesse (i primariati). Alla stessa stregua vengono gestite le carriere dei quadri intermedi, là dove l’applicazione del premio contrattuale della “posizione organizzativa” è stato in gran parte interpretato come strumento della politica per distribuire premi ai propri “legati” e allo stesso tempo garantire una funzione di controllo dei contesti.Gli ospedaliLa rete ospedaliera regionale, “doppia” su molte specialità e carente su altre invece indispensabili, rappresenta una “falla” nella stessa programmazione regionale.L’assistenza ospedaliera ad oggi è fatta di numerosi ospedali (ancora tanti, anche se in parte formalmente riconvertiti), molti dei quali con dotazioni non idonee sia di personale che di servizi di supporto sanitari, tali da non poterne effettivamente garantire un ottimale utilizzo: ciò comporta molto spesso un costo aggiuntivo per i cittadini (ma anche per il bilancio regionale) costretti a ripiegare su servizi ospedalieri ed extraospedalieri di altre regioni (“mobilità passiva”), delineandone la robusta crescita alla quale abbiamo assistito negli ultimi anni, anche per prestazioni definite di “base”.Il polo unico peruginoIl polo unico ospedaliero di Perugia (polo delle alte specialità), rischia di non soddisfare la richiesta di servizi dei residenti e al contempo perdere di attrattiva verso i cittadini di altre regioni d’Italia. Tale condizione è stata giustificata dagli amministratori che si sono succeduti nella gestione del trasferimento come effetto dei disagi causati da anni di servizi definiti a metà tra Monteluce e il Silvestrini e alle progressive azioni delle regioni limitrofe per recuperare le loro fughe di pazienti: ma se le regioni limitrofe si sono organizzate, perché l’Umbria non ha fatto altrettanto?Il trasferimento è completato da un anno, ma la quotidianità del più grande ospedale regionale è per taluni aspetti lontana dallo svolgere il ruolo centrale per il quale era stato progettato, o meglio possiamo dire che lo esercita in condizioni organizzative assai critiche. Gli operatori hanno dovuto prestare una disponibilità estrema, che a tutt’oggi non è possibile ricondurre a carichi equi di lavoro senza andare a scapito della funzionalità dei servizi. Il Santa Maria della Misericordia (ex Silvestrini), come i cittadini ben sanno, è un ospedale con alte potenzialità professionali e tecnologiche, dove però il fenomeno delle barelle è diventato endemico (barellamenti ridefiniti “letti aggiunti”, non si sa se per esorcizzarne il significato!); in estrema sintesi si è giunti al completamento dell’ospedale centrale per l’assistenza regionale scoprendo che i posti letto sono troppo pochi e la logistica e l’organizzazione dei servizi è per la gran parte inidonea. Le associazioni a tutela dei cittadini e dei pazienti e qualche sindacato, chiedono da tempo e con fermezza di poter verificare e partecipare alla soluzione delle problematiche organizzative di reparti importanti come le terapie intensive; questo a testimonianza che, una volta fatta l’esperienza da utenti, si ritiene indispensabile agire per modificare situazioni carenti; ma anche qui le risposte dei manager della salute sono ad oggi lacunose e di “chiusura” verso il confronto.L’IrccsIn questi anni si è perseguito l’obiettivo della costituzione di un Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) regionale per riconoscere il livello di specializzazione e ricerca raggiunto da alcune aree dell’oncologia, obiettivo sbandierato come traguardo di prestigio per la sanità regionale, ma a conti fatti - e di bilanci veri si parla - rappresenterebbe un ulteriore appesantimento dei costi da far gravare sui cittadini umbri. Basta informarsi sull’andamento degli altri Irccs nazionali (per la gran parte non in linea con l’autosufficienza economica richiesta dallo stato giuridico degli Irccs stessi), per comprendere che gli effetti sfavorevoli sul bilancio pubblico potrebbero essere molti, mentre gli ipotizzati incrementi di risorse risulterebbero di gran lunga inferiori al previsto.Prevenzionee trattamento delle marginalitàSe per l’assistenza ospedaliera le attività sanitarie sono legate al costante rapporto tra costi e ricavi, in quanto ritenute possibile “volano” economico, si è del tutto abdicato a trattare le aree della prevenzione, del disagio psichico e delle marginalità sociali, in quanto considerati mero costo finanziario, con la conseguente “esclusione” di un numero crescente di pazienti, la marginalizzazione di competenze medico-sanitarie e il rinnegamento di scuole eccellenti della sanità umbra.Si è abbassata la guardia su tali problematiche: non ci sono investimenti per i centri di igiene mentale (pur in presenza di difficoltà e disagi per le famiglie dei malati e di casi di suicidio all’interno di strutture di ricovero) e per i servizi per le tossicodipendenze. Soltanto costi e “discutibili” ricavi, dunque, mostrando indifferenza al possibile recupero di utenti con disagio, assumendo come filosofia che “se hai comportamenti a rischio o escludenti peggio per te”. Tale atteggiamento non tiene conto dell’urgenza sociale che invece esiste e chiede risposte al disagio conseguente alla recessione economica ed anche culturale. Inadeguate risultano essere le risposte all’emergenza rappresentata dalle morti bianche e dagli incidenti sul lavoro. Mentre si dichiarano maggiori attenzioni e intensificazioni dei controlli, i servizi per la prevenzione vengono sempre più svuotati di personale e risorse, circostanza che palesa una evidente contraddizione. Né si può sbandierare come positiva la riduzione del numero degli incidenti verificatisi nell’anno in corso senza considerarne il collegamento con il numero dei cantieri dismessi e delle fabbriche chiuse a causa della crisi. Di fatto si sta consumando, in maniera neanche tanto strisciante, un cambiamento nella filosofia della programmazione in sanità: non si guarda più al Nord come qualità dei servizi, ma piuttosto ci si rivolge al Sud come raggiungimento degli obiettivi collegati al contenimento dei parametri di spesa.Il precariatoPur in presenza di una volontà politica tendente a ridimensionare e riassorbire il precariato, (e qualcosa per gli infermieri e gli amministrativi è stato fatto), restano ampie le sacche di precarietà nelle aziende sanitarie regionali. Un migliaio di laureati (tra medici, biologi, psicologi) lavorano da 5, 10, 20 anni a pieno ritmo in ospedali, ambulatori e distretti senza un regolare contratto di assunzione a tempo indeterminato con molti doveri e scarsi diritti, con retribuzioni umilianti per il livello di professionalità richiesto e per le competenze espresse. In tale precarietà si annoverano anche diversi impiegati ai quali vengono assegnate ad libitum mansioni dirigenziali e persino incarichi di Direttore Amministrativo.Il precariato dovrebbe essere combattuto con provvedimenti certi (altre Regioni hanno legiferato in tal senso, assumendosene la piena responsabilità) e non con enunciazioni di principio. Facendo sentire protagonisti i lavoratori e le lavoratrici, dando loro certezze e sicurezze, le si daranno anche ai numerosissimi pazienti che ricorrono alle loro cure.La tentazionedelle privatizzazioniIl servizio sanitario pubblico va difeso in modo proattivo, proponendo, vigilando e combattendo gli sprechi e i privilegi che in un contesto di scarsità di risorse possono determinare lo scadimento della qualità dei servizi offerti o il rischio reale della mancata erogazione di talune prestazioni assistenziali. Vanno culturalmente contrastate le spinte a far transitare nel privato funzioni assistenziali che il servizio pubblico deve - nel rispetto alla filosofia del mandato - assolutamente garantire. Le funzioni della riabilitazione, ad esempio, sono già state oggetto di interesse per il privato e ad oggi rischiano di rappresentare “il ventre molle” dove proseguire nella pratica delle privatizzazioni e dei business collegati.ConclusioniL’Umbria non ha introdotto tasse aggiuntive (di scopo) né aggravi sui ticket farmaceutici - e non è poco - ma ora è chiamata alla prova delle riforme e delle razionalizzazioni che servano a rendere compatibili quei 130 milioni di euro al mese con il miglioramento e l’ampliamento necessari dei servizi sanitari. Bisogna far diventare “produttivo” il Consorzio/Agenzia regionale per gli acquisti. Bisogna sconfiggere la piaga delle liste d’attesa (le liste degli ultimi della società) sperimentando nuovi modelli di organizzazione del lavoro e combattendo le strumentalizzazioni miranti al perseguimento di interessi privati. Bisogna rivedere la “convenzione” con l’Università in modo che la centralità delle decisioni torni nelle mani degli amministratori eletti dal popolo o si decida una volta per tutte di realizzare “aziende miste” sulla base della legge n. 517/93 in cui almeno vengono equamente distribuiti onori ed oneri. Tutto questo dovrà trovare spazio nei programmi della imminente campagna elettorale. Se la politica non riesce ad astrarsi (come invece dovrebbe) dalla gestione diretta della sanità, che almeno sia coerente rispetto a scelte coraggiose ed ineludibili che - se non adottate o, peggio ancora, mal adottate - rischiano di ricadere pesantemente sui cittadini incolpevoli ed inconsapevoli.
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