Il recupero degli spazi e delle mostre
di Enrico Sciamanna • 10 Gen 2010 • Categoria: Mostre e Musei
Foligno sta diventando da “centro del mondo” centro vivo dell’arte contemporanea. In questi giorni, infatti, la città ha aperto un importante spazio, un luogo che, insieme alla chiesa di Fuksas, di recente inaugurazione, le concede un posto d’onore nel panorama dell’arte contemporanea. L’intuizione dell’amministrazione comunale parte da un’idea di confronto e ricerca dell’attualità; si recupera un’area industriale dismessa e la si adatta a centro espositivo, si riportano in salvo due esposizioni (1967-1983) che hanno inciso nella storia dell’arte contemporanea e si inseriscono nello stesso spazio giovani talenti, alcuni più altri meno conosciuti, che parlano nuovi linguaggi.Il riuso riguarda la centrale del latte di Foligno, in un’area vicinissima al centro e quindi facilmente fruibile. Lo spazio espositivo, frutto di una ricerca che si cala in una tradizione di arredo urbano che ha fatto parte a lungo della realtà folignate, è bianchissimo, colore del latte, un colore che non disturba ma anzi innalza lo studio delle opere e ricorda l’origine dell’edificio creando quasi un gioco dialettico. Funziona inoltre da elemento unificatore, travalicando il ruolo di contenitore e divenendo opera nella congruenza della totalità.La prima mostra recuperata, come si diceva, è l’esposizione del 1967, intitolata Lo spazio dell’immagine. Gli artisti convocati in quella sede cercavano un nuovo modo di fare arte, che rompesse gli schemi della tradizione, che sfondasse la cornice per debordare nell’ambiente, come gli specchi nei pozzi di Pistoletto o il cubo virtuale di Getulio Alviani. Ma la mostra del 1967 era anche uno specchio della pop art con le bandiere di Rotella; dell’arte concettuale con un barattolo della famosa Merda d’artista di Manzoni; della minimal art; fino agli squarci di Burri e Fontana: una antologia di tutte le forme e tendenze presenti in quel momento, che aveva creato spunti riscontrabili anche nel padiglione italiano della Biennale del 1968, di fatto anticipandola.Ma l’arte segue il pensiero del momento e negli anni ‘80 a Foligno, come ovunque, si sente il bisogno di tornare alla classicità, attraverso una formula che si ottiene riflettendo su se stessi e sullo Zeitgeist, lo spirito del tempo. La città si inserisce in questa forma di riflessione attraverso una mostra che esprime continuità con la precedente e si intitola Il tempo dell’ immagine. Le opere rientrano nel limite della cornice, l’immagine non si astrae più, ma riprende un segno grafico classicheggiante, la figura torna a essere definita sia essa scolpita o dipinta. Alcuni paesaggi sembrano da opera seicentesca, la città di Carlo Mariani è dominata da un dolcissimo viso femminile che ricorda nei tratti e nei colori gli angeli rinascimentali, l’autoritratto di Stefano Di Stasio è immagine cristologica e spirituale nella nostra società. Una società caotica che cerca comunque in sé Dio, attraverso chiesa e guerra.Un’altra opera fortemente rappresentativa degli anni ‘80 è quella di Roberto Barni che con Canaglie riprende la lezione di Braque, producendo dei litiganti ironizzati nel gesto e nella forma, che si tirano addosso del caffè.Girato l’angolo, non solamente metaforico, degli anni ‘80 si arriva alla contemporaneità più attuale, con i suoi nuovi linguaggi. Per dialogare con i grandi del passato si sono scelti quelli che saranno futuri grandi; chi sa leggere la nuova società attraverso la fotografia e la video-arte portate all’ estremo. Nella nostra società è il sesso a farla da padrone come ci dicono Oliviero Toscani, con i suoi pubi femminili, e una serie di immagini di Basilico, in cui la modella viene costretta a sedersi e mostrare il segno della seduta sulle sue carni nude come in un gioco di sottile e sensuale sadomasochismo. Ma è anche il momento in cui si diffonde il sentimento di un mancato contatto con la natura, che viene ricercato attraverso immagini di terre, come se fossero fotografie aeree da libro di geografia (la “psicologia del territorio di Mario Giacomelli) o viaggi nei più reconditi mercati dei milieu di provincia, ove ritrarre donne anziane in mezzo al pollame, come in un affettuosamente spietato studio antropologico. La fotografia vede interessanti sviluppi anche nel progetto FRP2, di giovani e talentuosi fotografi milanesi che inseriscono bambini e adolescenti perfetti in ambienti senza prospettiva. La dolcezza e la bellezza di questi bambini si specchia nella magnificenza e nell’eleganza degli ambienti.La rassegna si conclude, possiamo dire, con un video: il linguaggio più moderno in assoluto tra quelli presenti (in attesa della computer art). In due schermi in sincrono si vede la cupola di una chiesa in cui naviga come un palloncino impazzito un Ufo. Sembra dirci: ammesso che Dio esista, gli alieni lo incontrano più spesso di noi.Così l’arte contemporanea ha incontrato la città di Foligno. E viceversa. Un catalogo prezioso dalla grafica ricercata, illustra con notevole efficacia l’impresa di cui la città ha di che menar vanto. Presentato all’interno della Libreria Carnevali, vero e proprio centro di animazione culturale della città, raccoglie sia le immagini, ottimamente riprese, delle opere, sia le riflessioni distese nel tempo, sia il senso del progetto globale. Singolarmente, anche nella stesura di queste note, si è (ab)usato il termine “contemporaneo”, non del tutto a sproposito, ma nonostante il Ciac - questo è l’acronimo - offra prestigiose dichiarazioni di una Weltan-schauung ancora pullulante, inevitabilmente è rivolto verso il passato, un passato non sepolto, ancora attivo, rappresentato da testimonianze nobili e significative, ma depositato nella storia.Si sa anche che intorno all’iniziativa si è aperta una polemica. Che per certi versi ha sfiorato i contorni dell’assurdo, in quanto ha coinvolto personaggi in collaborazione tra loro, tanto da far pensare ad una sorta di trovata pubblicitaria. Francamente una mostra del genere, anche se non testimone dell’attualità più rovente, sia come idea, sia come contenuti, nella provincia umbra è cittadina onoraria e va guardata con molto interesse, offrendo una quantità di spunti di riflessione di confronto, non solo sul piano artistico. Il plus valore propagandistico suona quindi inutile; a meno che non lo si voglia leggere come un’opera aggiuntiva tra le bianche pareti della latteria.
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