L’apocalisse prossima ventura
di Roberto Monicchia • 21 Mag 2010 • Categoria: Storia e Memoria
Il ventennale della caduta del muro ha prodotto un profluvio di rivisitazioni, che si sono concentrate soprattutto su due punti. In primo luogo la memoria del novembre berlinese, in cui la cronaca e le emozioni del “momento storico” hanno fatto aggio sul significato d’insieme. In secondo luogo l’analisi, alla luce di conoscenze più ampie del livello di oppressione politica e decadenza economica raggiunto dalle società d’oltre cortina. Decisamente controcorrente è questo 1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio (Ponte alle Grazie - Salani, Milano 2009), in cui lo storico Angelo d’Orsi indaga sul “mondo nuovo” la cui speranza illuminò i festeggiamenti sotto le rovine del muro.Intrecciando l’analisi dell’evoluzione geopolitica e quella della costruzione dell’immaginario, d’Orsi mostra l’abissale distanza tra la promessa di un mondo prospero, libero e pacifico, e la realtà che venti anni dopo appare ai nostri occhi. In sintesi: la distanza tra privilegiati e diseredati è aumentata, la fine del blocco sovietico ha rilanciato la guerra come strumento normale della politica estera, la globalizzazione del dominio capitalista si è avvalsa, infine, di un conformismo intellettuale su vasta scala.Sulle prospettive del “day after” ha certamente pesato la repentinità del crollo del socialismo sovietico, reso più rovinoso dalle generose ma inconcludenti riforme di Gorbaciov. In ogni caso l’idea di un mondo finalmente libero dalle ideologie e senza conflitti, raccolse seguaci anche a sinistra, e su di esso si basò la “rivoluzione copernicana” di Occhetto. E’ vero che di fronte al trionfalismo della vittoria del “mondo libero”, non erano mancati i dubbi, sia da parte di chi intravedeva nuove contraddizioni e conflitti, sia da parte di chi – come Bobbio – negava che il crollo del socialismo reale eliminasse le questioni poste dal movimento socialista. Tuttavia prevalse l’entusiasmo per il “mondo nuovo”, sulla base di una dimenticanza - o rimozione - fondamentale: se è indubbio che il 1989 ha significato la sconfitta dell’esperienza storica nata dall’Ottobre, è tutto da dimostrare che a questa sconfitta corrisponda una piena vittoria del sistema borghese capitalistico, unico in grado di risolvere i problemi dell’umanità.Meno di due anni dopo dall’abbattimento del muro, il mondo “post storico”, quello dell’universalizzazione del liberalismo, assume le sembianze della politica di potenza, con il suo classico corollario, la guerra. La preparazione e lo svolgimento della prima guerra del golfo mostrano tanto le difficoltà oggettive che la ristrutturazione unipolare delle relazioni internazionali comporta, quanto l’analogia con le campagne militari dell’età del colonialismo, in cui la sproporzione tra le forze in campo è moltiplicata dall’evoluzione tecnologica. Lo spartiacque costituito dal venir meno del blocco avversario è evidenziato dal ritorno della funzione giustificatoria assunta dal ceto intellettuale, che in grande maggioranza si incarica di dar ragione in ogni modo - dall’autocensura alla teorizzazione della guerra umanitaria - alle nuove dottrine unipolari. Nel caso jugoslavo questo atteggiamento travolge anche moltissimi intellettuali democratici, che arriveranno a difendere ed esaltare l’intervento della Nato del 1999 contro la Serbia, nonostante esso avvenga in palese violazione di ciò che resta del diritto internazionale.Dopo l’11 settembre la globalizzazione unipolare si manifesta nella forma più estrema. L’esplicito progetto di onnipotenza planetaria incarnato dall’amministrazione Bush si arricchisce di una dottrina messianica che - abbandonate le utopie della fine della storia - si pone nell’ottica dello scontro di civiltà, forgiando il nuovo nemico irriducibile dell’estremismo islamico. E’ di nuovo la guerra a segnare questa fase: le campagne in Afghanistan prima e in Iraq poi dispiegano con inaudita virulenza un’agghiacciante sproporzione di mezzi, una distruzione sistematica delle infrastrutture della società civile. Altrettanto impressionante è la mobilitazione intellettuale a sostegno di questa barbarica espressione di potenza. E’ sufficiente ricordare il generale accodarsi delle grandi testate alla meschina successione di menzogne impiegate dall’amministrazione statunitense a giustificazione della guerra contro Saddam nel 2003. Un esempio di questo atteggiamento, sempre più vicino alle motivazioni razziste del colonialismo ottocentesco, è l’indifferenza di fronte all’atteggiamento degli occupanti americani, che abbandonano alla distruzione l’inestimabile patrimonio archeologico della Mesopotamia. Un’indifferenza tanto più eloquente se paragonata con il rilievo che fu dato (vedi la campagna di Adriano Sofri) alla distruzione della biblioteca di Sarajevo nel 1992.Al di là della cortina fumogena del “giustificazionismo liberale”, il bilancio del ventennio post 1989 è impietoso. Dal crollo del socialismo emerge un mondo in cui la guerra è tornata la regola, senza però evitare la caduta in un disordine globale; il dominio dei grandi gruppi multinazionali e finanziari accresce le differenze tra nord e sud, corrode le strutture dello stato sociale e svuota di senso effettivo le stesse istituzioni democratiche.L’esito finale è - d’Orsi riprende un profetico saggio di Asor Rosa scritto a ridosso della prima guerra del golfo - l’approssimarsi dell’apocalisse. La combinazione di un dominio ostentato e senza regole e la sua giustificazione da parte del ceto intellettuale sulla base di un risorgente senso di superiorità dell’occidente, non possono che alimentare un senso di disperazione nelle masse di oppressi, tale da configurare conflitti e rivolte permanenti.D’Orsi ha ragioni da vendere quando smonta pezzo a pezzo la storia delle “magnifiche sorti” narrata dai corifei del liberismo e dell’anticomunismo nell’ultimo ventennio. Molto opportuna è anche la denuncia dell’affievolirsi della funzione critica degli intellettuali in occidente. Più in generale, è senz’altro vero che il crollo del blocco sovietico indebolisce i movimenti “antisistema”, rendendo più agevole il ritorno ad un capitalismo predatorio. Quello che lascia perplessi è lo scarso approfondimento dedicato alle cause della rovinosa sconfitta del socialismo reale. Gli scarni accenni non cancellano la sensazione di una sottile, magari inconsapevole, forma di giustificazionismo, di “si stava meglio quando si stava peggio”. Senza approfondire i motivi del crollo, però, non si può capire fino in fondo perché la promessa di una nuova rivoluzione liberale, di un’illimitata prosperità, ha avuto tanta popolarità, ad est come ad ovest, a nord come a sud. Giustamente d’Orsi taccia il progetto di G.W. Bush come “dominio senza egemonia”, rilevando come esso sia all’origine di un senso di ingiustizia che alimenta l’odio di miliardi di diseredati. Tuttavia se tra l’unipolarismo armato e la reazione islamica o nazionalistica non emerge una qualche “terza via”, ciò non è da imputare solo al “tradimento dei chierici”, ma anche alla difficoltà di muoversi tra le macerie del muro, di fare i conti fino in fondo con la storia del socialismo novecentesco. Detto altrimenti, l’arroganza e il velleitarismo dei vincitori non esime gli sconfitti dal riflettere sulle proprie responsabilità e cercare altre strade.
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