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Nel paese delle meraviglie

di Redazione • 2 Lug 2010 • Categoria: Editoriali

alice_in_wonderland01copia.jpgPerché meravigliarsi? I giovani che domenica scorsa, al Palalottomatica di Roma, hanno provato disagio sentendosi chiamare “compagni”, riflettono benissimo l’ambigua natura del Partito Democratico. Una formazione politica che, a quasi tre anni dalla sua nascita, non sa ancora che pesce sia né quali debbano essere le sue radici culturali e storiche. E’ abbastanza risibile che, nella situazione di estrema gravità in cui versa il Paese, il partito di opposizione con maggior forza elettorale affronti una discussione anche sul modo di chiamare i propri iscritti. Non stupisce che Letta o Fioroni rimpiangano il combattivo appellativo di “amico”, ma in riferimento a coloro che assegnavano al riformismo le proprie speranze per risolvere i problemi della nostra repubblica, la discussione appare quanto meno bizzarra. Anche questa stravagante tenzone ci conferma che la catastrofe italiana non è solo frutto del berlusconismo, ma pure della pochezza delle forze che si oppongono al Cavaliere rampante, ad iniziare dal partito delle primarie.Non siamo mai stati entusiasti del nuovo partito riformista, ma dobbiamo ammettere che c’è stato in noi un eccesso di ottimismo. Ciò che abbiamo di fronte è, infatti, un agglomerato di notabilato politico incapace di stare insieme sulla base di un progetto condiviso ed incapace di mobilitare le forze necessarie ad impedire la deriva dell’Italia. Bersani dichiara che il Pd è il partito della Costituzione. Bene, bravo! Il problema è che gli sbreghi alla carta costituzionale sono il filo rosso che da tempo sta uccidendo, nel silenzio o con il consenso di parti consistenti del Paese, la democrazia italiana. Prima ne prendiamo atto, meglio sarà. La democrazia che abbiamo conosciuto nei decenni passati non esiste più. Oggi l’Italia è governata a prescindere dal suo atto fondativo e non per responsabilità della sola destra.L’assillo delle modifiche costituzionali dura da trent’anni e ha avuto come primi attori anche uomini e donne del centrosinistra. La legge elettorale che ha prodotto un parlamento di “impiegati” di partito è la fotocopia delle leggi con cui vengono eletti molti consigli regionali, pure nelle regioni rosé. Tra premi di maggioranza e listini, parecchi “porcellini” sono stati prodotti, anche con il benestare di una parte della sinistra radicale. Non passa settimana che non vi sia un atto, una dichiarazione, un evento che vada in conflitto con quanto scritto dai costituenti eppure soltanto la Cgil è rimasta a manifestare in difesa della Carta.Un ultimo esempio di ciò che vogliamo sottolineare riguarda quanto è accaduto e sta accadendo a Pomigliano d’Arco. Il referendum dei lavoratori ha posto al voto un diritto inalienabile e indisponibile: quello di sciopero previsto dall’articolo 40 della Costituzione. Mentre scriviamo ci giunge il risultato ufficiale della consultazione: votanti 95%, sì 63,4%, no 36,6%.Nonostante le fortissime pressioni sui lavoratori il plebiscito auspicato dalla Fiat e dal governo non c’è stato e non bastano a mascherare la delusione padronale le prime entusiastiche dichiarazioni del ministro Sacconi. Al momento lo scenario è incerto, vedremo. Intanto vogliamo ricordare, facendolo nostro, quanto scritto il giorno stesso del referendum da Valentino Parlato e cioè che “è meglio perdere […] combattendo che arrendersi alle preponderanti forze del nemico”. Una battaglia si può perdere, ciò che non è ammissibile è presentare una sconfitta come un evento naturale dovuto alle sacre leggi di mercato. Parole che difficilmente troveranno ascolto nel Partito Democratico, dove le voci critiche verso la Fiat sono state rare come i goal della nazionale di Lippi, dove ha prevalso un balbettio confuso, quando non hanno primeggiato gli hurrà dei tifosi di Bonanni e di Sacconi o degli innamorati del ma-glioncino di Marchionne o dei Fiat dipendenti alla Fassino.A Pomigliano tutto era ed è contro i lavoratori. Pochissimi hanno segnalato che l’introduzione del modo di produzione asiatico voluto dalla Fiat può mettere a rischio la stessa tenuta sociale del Paese. Un partito che si proclama il partito della Costituzione non può non denunciare la gravità dell’attacco ad un diritto come quello allo sciopero. Al di là del merito della ristrutturazione produttiva prevista dal lodo Marchionne, tra l’altro accettata anche dalla Fiom, il Pd non può sottovalutare la destrutturazione del contratto nazionale e il colpo alla Co-stituzione inferto dall’accordo.Tempi difficili quelli che si prospettano. In Umbria, a torto o a ragione, il livello dei servizi al cittadino è stato un vanto delle classi dirigenti amministrative.Noi non siamo tra quelli che hanno sottovalutato i risultati della buona amministrazione quando questa è stata visibile. Siamo abbastanza certi che la spesa pubblica nella nostra regione sia robustamente al di sopra della media nazionale anche per giusti motivi.Non siamo tra quelli che ritengono un toccasana la privatizzazione dei servizi a prescindere dalla gestione dei beni comuni. Non ci guida l’ideologia, ma la concreta verifica dei risultati ottenuti, anche in Umbria, dalla vendita del patrimonio pubblico o dalle privatizzazioni già realizzate. Abbiamo tuttavia la certezza che la questione della riconversione della spesa pubblica sia obbligatoria e non solo per i tagli del governo centrale.L’arte del galleggiamento, in cui in questi anni sono stati maestri insigni molti protagonisti del ceto politico regionale, non sarà sufficiente a superare i marosi di una crisi che già incide nei destini di tanta parte delle nuove generazioni. Una svolta sarà necessaria se si vuole che il centrosinistra mantenga l’amministrazione di così tanta parte della cosa pubblica. E’ richiesta una grande capacità di innovazione nella gestione, ma anche una rinnovata capacità di rapportarsi alle forze produttive e culturali regionali. Non sono un’enormità, ma ci sono.La difficoltà profonda nasce dal fatto che la politica si è consolidata come un mondo a parte che non riesce a mettere a leva quanto di positivo le sta al di fuori. E’ questo un problema che si è aggravato con il berlusconismo, ma anche a causa del populismo di troppi leader del centrosinistra. In ripetute stagioni l’Umbria è stata capace, nelle fasi di difficoltà, di ricercare nuove strade, chiedendo la collaborazione di intelligenze e culture esterne alla politica. E’ forse illusorio augurarsi che in questi tempi difficili le classi dirigenti umbre la smettano di considerare solo il proprio ombelico è ricomincino a guardare alla materialità delle cose? Come più volte detto, la speranza è l’ultima a morire. Galleggiare nell’esistente, aggrappandosi al già fatto, diventa sempre più difficile.

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