micropolis giugno 2010
di Redazione • 6 Lug 2010 • Categoria: Download ultimo numero (pdf)
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In questo torrido luglio, in cui invano abbiamo atteso che la maschera di cera del grande imbonitore si sciogliesse liberandoci finalmente dall’incubo, due cose meritano di essere ricordate. La prima, eclatante. Lo straordinario successo della raccolta di firme per i referendum sull’acqua pubblica. Un milionequattrocentounomilaquattrocentotrentadue persone hanno apposto il loro nome e cognome in difesa del bene comune più importante; un record assoluto, mai raggiunto in Italia in altre campagne referendarie. Come altri hanno già scritto un’autentica e inaspettata, nei tempi e nelle dimensioni, espressione di sovranità popolare che ha messo ancora una volta a nudo la distanza che separa una rappresentanza politica che, tranne rare eccezioni, ha fatto delle privatizzazioni di beni e servizi la propri bandiera, favorendo i soliti noti, e i cittadini che di queste scelte scellerate hanno dovuto e continuano a pagarne il prezzo. Un segnale forte, fortissimo, non solo al Governo ma anche al centrosinistra, Pd in testa, che pure su questo tema è entrato in contraddizione mostrando tutte le sue fragilità e ambiguità. Un segnale che, da parte nostra, non può che essere rilanciato, amplificato fino a quella che sarà la battaglia dell’urna.
Il secondo. I giovani che hanno partecipato agli Stati generali delle “fabbriche di Nichi”, a Bari. Un laboratorio politico di tre giorni a cui è stato dato, provocatoriamente, il nome impronunciabile del vulcano islandese che ha bloccato i cieli europei la primavera scorsa. Mille, forse duemila, certamente non una moltitudine, quelli giunti nella pineta di San Giorgio, in prevalenza dalla Puglia ma anche dal resto d’Italia, ma comunque una presenza significativa nell’asfittico e decadente panorama della politica nostrana. Significativa, in primo luogo, perché portatrice di un’istanza di rinnovamento, nei linguaggi prima ancora che nelle proposte. Una nuova generazione under 35 alla quale, crediamo, si debba guardare con attenzione e con la necessaria indulgenza se si hanno a cuore le sorti della sinistra e del Paese. Certo il leaderismo non ci piace, soprattutto a sinistra, ma se una nuova mobilitazione giovanile ha bisogno per attivarsi di simboli, di figure carismatiche dobbiamo prenderne atto e lavorare affinché tale spinta non si esaurisca, aiutarla a maturare. Ridurre tutto al solito schema della politica-politicata, forse ci fa sentire analisti acuti, ma serve a ben poco.

