Droga, politica e società: la testimonianza di Primo Tenca
di Primo Tenca • 28 Lug 2010 • Categoria: micropolis on line
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Un paio di settimane fa chiudo bottega e vado alla sala dei Notari per il Consiglio grande - comunale s’intende! - tanta gente, ma anche posti vuoti. Si inizia con una relazione di minoranza e una di maggioranza, niente di nuovo sotto il sole, poi gli interventi: nel complesso una tribuna un po’ deprimente, tutti in cerca di 5 minuti di visibilità. Ci sono anche due sindacati di polizia, uno dei due chiede un distaccamento celere, si parla di sicurezza, la signora Spagnoli si spella le mani; poi ci metterà del suo: da dove le venga tanto odio non si capisce, la gente applaude, lo straniero come emblema di tutti i mali. Alcuni decenni fa erano gli ebrei, si sa come è andata a finire, ma forse per la signora Carla l’olocausto è solo un’invenzione del cinema: attenti, a scherzare con il fuoco si bruciano le mani. Poi, giustamente, si parla di spaccio e di droga: più si va giù duri e più scattano gli applausi, una brutta atmosfera.
Alle sei lascio, ho un appuntamento in fondo alla scala mobile di via Pellini, mi siedo in un muretto lungo la strada, il market dello spaccio lavora a pieno ritmo, un nord Africano vende tocchi di fumo come fossero saponette, la gente fa finta di non vedere, lui canta in arabo tutto contento.
Arriva una punto dei carabinieri, penso a un inseguimento, no, il tunisino si avvicina alla macchina, grandi saluti, poi l’auto riparte verso la galleria e il tunisino torna al suo lavoro, si avvicinano due giovani tira fuori altri due pezzi di fumo, i ragazzi lo odorano, pagano 50 euro ciascuno e se ne vanno, lui li richiama e da un pezzetto in omaggio. In pochi minuti ha incassato duecento euro, tutta roba che aveva in tasca.
Arriva il mio amico: me ne vado, sono un po’ frastornato, non ho voglia di parlare, penso a Cucchi, a Bianzino e tanti altri, penso al vuoto ciarlare della sala dei Notari.
Poteva anche essere un informatore, ma bisogna per forza servirsi di certa gente e in quella forma? Ma una riflessione bisogna pur farla; se tutto questo è il risultato di decenni di proibizionismo, allora al di fuori di ogni ipocrisia, bisogna che per le droghe meno pericolose si pensi a qualche forma di legalizzazione e penso sostanzialmente alla marijuana e suoi derivati. Si potrebbe così liberare Polizia e Carabinieri da un lavoro che assomiglia alle fatiche di Sisifo: sono loro stessi a denunciare il fatto che gli spacciatori arrestati dopo giorni di lavoro, poco tempo dopo se li ritrovano davanti, con tutta la frustrazione che possiamo immaginare. Questo non vuol dire via libera alle droghe, ma solo un modo più intelligente, per contrastarle, magari cominciando con una seria educazione scolastica, che ancora non si vede nonostante tante chiacchiere. Stiamo ingrassando le varie mafie che con questo commercio: fanno montagne di soldi che poi finiscono in mille altre attività illegali, dalle licenze alle costruzioni non vi è settore dove non si investa denaro sporco che diventa subito pulito, con complicità molto diffuse.
Al consiglio grande si è pure parlato delle circa 20 persone morte di overdose, è giusto farlo e preoccuparsi molto di ciò, ma bisogna anche dire che viviamo in un paese dove ogni anno muoiono 80.000, ottantamila, persone per malattie legate al tabacco, per non parlare dei danni provocati dall’alcool che si vende a piene mani nel nostro centro storico, facendo la gioia dei tanti locali notturni di Perugia, che se ne fregano allegramente se una parte consistente del mondo giovanile si sta bruciando il cervello. Mi si spieghi perché ogni anno si va in pellegrinaggio alla commissione europea per difendere la produzione del tabacco della valle del Tevere e il povero Aldo Bianzino è morto in carcere perché coltivava alcune piante di erba.
Sarà bene che incominciamo a porci domande diverse e forse a quel punto anche le risposte potranno essere diverse. La prima domanda che ci dobbiamo fare non è perché ci sono tanti spacciatori in giro, ma perché c’è una popolazione sempre più numerosa che fa uso di sostanze di ogni genere? Non è stata forse in questi anni diffusa a piene mani una cultura devastante, che ha messo la carriera, il successo e i beni di consumo al primo posto, una cultura dell’effimero e della visibilità ad ogni costo. Si sono spinti milioni di giovani a una vita puramente edonistica, anche attraverso iniziative culturali che di culturale non hanno un bel nulla, penso alle famose notti bianche e a decine di locali aperti fino al mattino, tanto da scambiare il giorno per la notte.
Qualcuno l’ha chiamata sindrome del Titanic: la nave affonda ma seguitiamo a ballare, tanto siamo senza speranze. Una cultura devastante a livello di valori, quelli di cui più nessuno parla: il lavoro per esempio, scritto nel primo articolo della nostra Costituzione come fondante della nostra Repubblica e oggi ridotto a simulacro di un tempo antico di cui vergognarsi; molto meglio una laurea breve che non ti servirà a nulla, tanto i lavori sporchi li facciamo fare agli immigrati (salvo poi prenderli a fucilate).
Di senso dello Stato ne abbiamo avuto sempre poco ma mai si era scesi cosi in basso: ormai tutto quello che è pubblico deve essere distrutto, smontato, accusato di ogni male, salvo poi scoprire che il privato è una grande fregatura. Guardate, tanto per dirne una, cosa avete guadagnato dalla privatizzazione, dell’acqua, del gas, della luce, dei telefoni (per il telefono ho cambiato gestore cinque volte e ogni volta ho pagato di più)? Vogliamo parlare dei trasporti e dei parcheggi?
Ma cosa c’entra tutto ciò con l’uso delle droghe? C’entra e tanto, perché chi riesce a salire nel treno del successo, per stare al passo, ha bisogno delle sostanze, chi invece rimane a piedi si deve stordire per dimenticare la vita grama, la droga serve anche a questo. Vi assicuro che l’uso di sostanze è un fenomeno trasversale a tutti i ceti sociali e a tutte le età, basta leggere i giornali e guardarsi un po’ in giro.
Quindi non c’è nulla da fare?
Da fare ci sarebbe e molto, serve una seria analisi della situazione e mettere in campo proposte nuove e convincenti, ma questo è un compito della politica e delle istituzioni sia civili che religiose, in cui sono tutti in altre faccende affaccendati. Credo che la mia generazione, quelli vicina ai 60 o subito sopra si porti dentro forti responsabilità, sopratutto chi ha avuto la ventura di imbarcarsi in politica e da lì non si muove nemmeno con le cannonate: politici di professione che negli ultimi decenni non ne hanno azzeccata una, a parte la loro carriera personale, fatta di privilegi di ogni sorta, di pensioni, indennità, vitalizi, spesso collezionati uno sopra l’altro.
Chi come me ha avuto la sventura di seguire la vigilia delle elezioni regionali e comunali, si è trovato davanti uno spettacolo desolante, la guerra per le primarie prima, poi per il listino poi per la lista poi per gli assessori, nel frattempo le piccole volpi, o i senatori di lungo corso, si affrettavano a cambiar di scuderia, a seconda della greppia che prometteva più biada. Abbiamo gente eletta sia in comune che in regione o in provincia, ma tutti mantengono il doppio incarico; abbiamo amministratori che fanno anche i segretari di partito, di tutto di più come in RAI. Destra, centro, sinistra, è una bella gara a chi la fa più grossa.
Vogliamo parlare del governo nazionale? Dell’assalto alla Costituzione, delle leggi vergogna, o degli scandali che vengono giù come le pere? Ci è voluto il mio coraggio per andare a votare e convincere mio figlio che era giusto farlo. Forse qualcuno pensa che questo bello spettacolo non lasci segni profondi in tanti ragazzi e ragazze che si arrabattano in mille modi per costruirsi un futuro sempre più incerto? Non nasce forse anche da questo, lo smarrimento giovanile di questi anni, che spesso si associa anche all’uso di sostanze?
Non voglio stabilire nessun automatismo, ma è certo che la differenza fra il modello di vita che propone la pubblicità, la volgare spazzatura televisiva e le decine di riviste patinate, è lontano mille miglia dalla realtà di ogni giorno. E’ un gap che va colmato in qualche modo: alcool e droghe servono anche a questo.
Ecco perché diventa sempre più urgente capire i cambiamenti profondi del nostro tempo e dare risposte che non siano la facile retorica di stampo leghista e razzista.
Certo non è facile, soprattutto oggi che la crisi porta ognuno a guardare il proprio orticello. Ma è una pia illusione: possiamo tentare di salvare ancora qualcosa restando insieme, cercando di ragionare come paese che ha ancora opportunità da giocare e voglia di guardare avanti, cerchiamo di far sentire la nostra voce. In questo la rete ci può essere di grande aiuto ma da sola non basta.
I partiti di oggi sono una pena, ma senza una forza organizzata è difficile promuovere qualsiasi politica di cambiamento.
Non ho ricette per nulla, solo la volontà di aprire un dibattito, un confronto sul che fare, che non sia il fare del Governo attuale. Come diceva Moretti qualche anno fa, non perdiamoci di vista.
Un caro saluto
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