Cambio della guardia e inizio d’anno
di Stefano De Cenzo • 27 Set 2006 • Categoria: Scuola
noto che l’interesse dei media, e quindi della pubblica opinione, verso la scuola, tranne casi eccezionali, si manifesta ad intervalli regolari, quelli, per intenderci, scanditi proprio dal calendario scolastico (inizio dell’anno, esami di stato, etc…). Questa volta, però, la novità del cambio di ministro ha rappresentato un forte incentivo a mantenere viva l’attenzione, quasi senza soluzione di continuità.
D’altronde l’ingresso di Fioroni è avvenuto in una situazione quanto meno fluida, caratterizzata da una parziale applicazione della riforma Moratti e non v’è dubbio che molti, in modo particolare all’interno del mondo della scuola, abbiamo salutato con gioia il cambio di guardia, augurandosi l’abrogazione della legge. Le cose non stanno andando in questa direzione. Il ministro e i suoi collaboratori, come amano dire, hanno scelto di utilizzare il cacciavite per smontare quei pezzi della riforma che vanno eliminati, lasciando intatti quelli condivisibili.

Alla base di tale scelta la volontà di non impantanarsi in un estenuante dibattito parlamentare, con il rischio di arrivare ad approvare una nuova riforma a fine legislatura e lasciare, nel contempo, in vigore la legge Moratti. Forse, più semplicemente, i punti che vengono giudicati condivisibili dal governo di centrosinistra non sono poi così pochi.
Tra i provvedimenti presi, oltre a quelli che fanno più notizia come il ripristino della commissione mista per gli esami di stato, lo slittamento al 2008 del periodo entro il quale il parlamento potrà modificare gli ultimi quattro decreti legislativi applicativi della legge 53 (diritto-dovere alla formazione, alternanza scuola lavoro, secondo ciclo, reclutamento docenti), il blocco della sperimentazione della riforma alle superiori, quello del trasferimento alle regioni della formazione professionale, l’abrogazione del tutor alle elementari e alle medie, il ripristino delle tradizionali schede di valutazione al posto del portfolio, la possibilità per le scuole medie di continuare a determinare l’organico secondo l’ordinamento precedente alla riforma per altri tre anni.
Tante, tuttavia, sono le questioni ancora irrisolte a partire da quella del precariato.
Ancora all’inizio di questo anno scolastico il numero degli insegnanti con incarico annuale si aggira intorno a 150.000, mentre l’insieme degli iscritti alle graduatorie permanenti assomma a circa 300.000. Ci sono istituti in cui il lavoro precario raggiunge punte insostenibili del 70%. Siamo ormai lontanissimi da una situazione in cui l’insegnante metteva nel conto qualche anno di “gavetta”. In sintonia con quanto avviene nel resto del mondo del lavoro, in ossequio alla “flessibilità”, il numero dei lavoratori precari nella scuola, ATA compresi, continua a crescere di anno in anno, mentre le assunzioni tanto sbandierate non riescono neppure a coprire il turn over. Ma ancora più grave è l’accanimento con cui gli ultimi governi, non solo a onor del vero quello Berlusconi, si sono adoperati per creare il caos nel meccanismo di formazione delle graduatorie e di reclutamento del personale insegnante, sino ad arrivare, come è noto, alla farsa del doppio punteggio per le sedi “disagiate” e della compravendita dei titoli (master per corrispondenza, corsi abilitanti a pagamento). Il ministro Fioroni queste cose la conosce bene e ha dichiarato l’intenzione di riassorbire il cosiddetto precariato storico in 3/5 anni, anche in previsione di un consistente flusso di pensionamenti (ma quale ministro non ha fatto, in passato, di queste promesse?), magari introducendo una dilazione nella ricostruzione della carriera dei neo assunti in modo da contenere i costi. Già i costi e siamo al punto nodale.
All’interno di un dibattito quanto mai fumoso e ambiguo sull’entità e sulle caratteristiche della prossima legge finanziaria una cosa è stata detta con chiarezza dal ministro dell’Economia Padoa-Schioppa: che gli insegnanti sono troppi e che la scuola deve essere oggetto di tagli. Tremonti docet. I sindacati sono subito scesi sul piede di guerra, mentre dalla Pubblica istruzione ci si affanna a rassicurare che nulla è stato stabilito, che sarà necessario razionalizzare, ma nello stesso tempo investire nuove risorse.
Insomma i tagli non ci saranno. Staremo a vedere. Di certo senza risorse è impossibile avviare qualsiasi tentativo di riforma e men che meno rilanciare la funzione degli insegnanti, ormai ridotti, come ha bene evidenziato recentemente il presidente del Censis Giovanni De Rita, al ruolo di impiegati, sviliti e sottopagati. Nel corso dell’ultima Festa de l’Unità di Perugia, un’assemblea attenta di lavoratori della scuola ha avuto modo di ascoltare il sottosegretario Mariangela Bastico, già assessore regionale alla formazione in Emilia Romagna, la quale, oltre a difendere la scelta di “smontare” la legge Moratti, elencando i pezzi eliminati, ha svolto un paio di considerazioni sulle quali vale la pena di ritornare. La prima è apparsa, piuttosto, come una tardiva presa d’atto della mutazione che, da tempo, è avvenuta nella scuola italiana, ovvero il passaggio da una scuola d’élite, che aveva il compito di selezionare la futura classe dirigente, dove il numero dei bocciati era un indice di qualità, ad una scuola di massa avente l’ambizioso obiettivo di portare tutti i ragazzi ad un livello di istruzione superiore. La vice ministro ha molto insistito sul fatto che la scuola dovrebbe essere “pubblica, di qualità e per tutti”, sottolineando che il diritto all’istruzione è un diritto primario e che investire in esso significa, per un paese, investire nel proprio sviluppo economico. Per fare questo, e siamo alla seconda considerazione, oltre ad arrivare al più presto all’innalzamento dell’obbligo scolastico, prima a 16 poi a 18 anni, è necessario rilanciare la scuola dell’autonomia, rimettersi, insomma, se abbiamo capito bene, sulla strada già tracciata da Berlinguer.
Ora si può anche ritenere che una strada da percorrere già ci sia, ma non si può tacere il fatto che la scuola dell’autonomia abbia sin qui fallito e che le premesse di questo insuccesso erano già da molti, in verità, avvertite, prima ancora dell’avvento del centro destra alla guida del paese.
Non è un caso, forse, se in un documento congiunto della Cgil scuola e del Coordinamento Genitori Democratici, espressione di un’area certamente non antagonista, sottoscritto all’inizio dell’anno scolastico, si chieda al governo di ridefinire con chiarezza le forme dell’autonomia scolastica, attraverso una ampio processo partecipativo e lo stesso Enrico Panini paventi il rischio che, se nel medio periodo non si elimina il riferimento al quadro normativo definito dalla Moratti, le contraddizioni che già si stanno delineando “rischiano di diventare esplosive”.
D’altronde che cosa ha prodotto sin qui di buono la scuola dell’autonomia? L’elenco delle doglianze potrebbe essere molto lungo, ma è sufficiente mettere a confronto le mirabolanti promesse che, al momento delle iscrizioni, ogni istituto fa, utilizzando pieghevoli, volantini, manifesti, pagine di giornali, al pari di una qualsiasi azienda privata, con la realtà dei primi giorni di scuola: l’incompletezza degli organici, i fondi che non ci sono, le strutture inadatte o deficitarie, il moltiplicarsi di progetti che il più delle volte servono solo a sostenere chi dall’esterno li promuove, etc… Che la sfida, per la sinistra, sia quella, per tornare alle parole del vice ministro, della scuola “pubblica, di qualità e per tutti”, non v’è dubbio. Che si riesca a vincerla è tutt’altro conto.
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